Caffè amaro ogni giorno: quali sono i possibili benefici che gli studi scientifici documentano

Pubblicato il

Scritto da

Alessia Merlino

Caffè amaro ogni giorno: quali sono i possibili benefici che gli studi scientifici documentano

Il caffè bevuto senza zucchero conserva intatte tutte le sostanze che la tostatura del chicco produce, senza aggiungere calorie. Questa differenza, che sembra banale, cambia parecchio il profilo nutrizionale di quello che bevi due o tre volte al giorno.

Cosa contiene una tazza di caffè amaro

Una tazzina di espresso da 30 ml contiene circa 2 calorie. Se ci metti un cucchiaino di zucchero, sali a 20. Tre caffè al giorno con zucchero fanno 60 calorie in più, che in un anno diventano oltre 20.000. Non è una cifra enorme, ma è un accumulo costante e silenzioso che nel tempo si nota, soprattutto se il resto della dieta è già al limite.

Ma il punto non sono solo le calorie. Il caffè amaro porta con sé caffeina, acido clorogenico, trigonellina e una serie di composti polifenolici che si comportano da antiossidanti, cioè sostanze che contrastano i danni che le cellule subiscono ogni giorno per effetto dello stress, dell'inquinamento e dei normali processi del corpo. Lo zucchero non cancella queste sostanze, ma innesca una risposta insulinica, un picco dell'ormone che regola gli zuccheri nel sangue, che secondo diversi ricercatori può ridurre parte dei benefici metabolici del caffè stesso.

La ricerca sul metabolismo e il diabete di tipo 2

Uno degli ambiti più studiati è il rapporto tra consumo regolare di caffè e rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, la forma legata allo stile di vita. Una meta-analisi pubblicata su Diabetes Care nel 2014, che ha messo insieme i dati di oltre un milione di partecipanti, ha trovato un'associazione significativa: chi beveva tra le 3 e le 4 tazze di caffè al giorno aveva un rischio inferiore di circa il 25% rispetto a chi non ne beveva affatto.

Il meccanismo più accreditato chiama in causa l'acido clorogenico, che rallenta l'assorbimento del glucosio nell'intestino e migliora la sensibilità all'insulina. In parole semplici, il corpo gestisce meglio gli zuccheri che arrivano dal cibo. Questo effetto si osserva con il caffè amaro o con pochissimo zucchero. Quando aggiungi due o tre cucchiaini a tazza, stai introducendo proprio quel glucosio rapido che l'acido clorogenico aiuterebbe a gestire, creando una specie di cortocircuito.

Va detto chiaramente: parliamo di associazioni statistiche, non di garanzie. Bere caffè amaro non protegge dal diabete se il resto dell'alimentazione è sbilanciata. Ma all'interno di uno stile di vita ragionevole, il dato è consistente e si ripete in studi condotti in paesi e su popolazioni diverse.

Effetti sul fegato: i dati più solidi

Se c'è un organo su cui la ricerca sul caffè ha prodotto risultati robusti, è il fegato. Diversi studi prospettici, cioè studi che seguono le stesse persone per anni e registrano cosa succede, hanno documentato che chi beve caffè regolarmente ha un rischio più basso di sviluppare cirrosi epatica, steatosi, quella che si chiama comunemente fegato grasso e anche carcinoma epatocellulare, il tumore primario del fegato.

Una revisione sistematica pubblicata su BMC Gastroenterology ha calcolato che ogni tazza di caffè in più al giorno si associa a una riduzione del rischio di cirrosi di circa il 22%. Il dato vale sia per il caffè filtrato sia per l'espresso e non dipende dalla caffeina: anche il decaffeinato mostra un effetto protettivo, seppure più debole. Questo suggerisce che siano i polifenoli e altri composti del chicco a fare la differenza, non solo la caffeina.

Anche qui, il caffè amaro ha un vantaggio specifico. Il fegato è l'organo che processa il fruttosio e il saccarosio in eccesso, trasformandoli in grasso. Aggiungere zucchero al caffè significa dare al fegato lavoro extra proprio mentre gli stai fornendo sostanze che dovrebbero aiutarlo. Non è un paradosso enorme, ma è una contraddizione che vale la pena conoscere.

Cervello e funzioni cognitive

La caffeina agisce bloccando i recettori dell'adenosina, una molecola che il cervello accumula durante la veglia e che produce la sensazione di stanchezza. Questo lo sanno più o meno tutti. Quello che è meno noto è che il consumo abituale di caffè è stato associato a un minor rischio di malattie neurodegenerative come il Parkinson e l'Alzheimer.

Uno studio longitudinale pubblicato sul Journal of Alzheimer's Disease ha seguito oltre 6.000 persone per più di 20 anni e ha osservato che chi beveva da 3 a 5 tazze al giorno aveva un rischio di demenza ridotto di circa il 65% rispetto a chi ne beveva meno di due. Il numero è alto e va preso con cautela, perché in studi così lunghi ci sono molte variabili difficili da isolare. Però la direzione del dato si conferma in ricerche indipendenti.

Il meccanismo non è solo la caffeina. I polifenoli del caffè attraversano la barriera ematoencefalica, cioè il filtro che protegge il cervello e lì esercitano un'azione antinfiammatoria. L'infiammazione cronica a bassa intensità è uno dei fattori che accelerano il declino cognitivo e tenerla sotto controllo conta più di quanto si pensasse fino a pochi anni fa.

Umore, energia e prestazione fisica

Il caffè amaro ha un effetto misurabile sull'umore. La caffeina stimola il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore legato alla motivazione e alla sensazione di ricompensa. Non è un effetto paragonabile a quello di un farmaco antidepressivo, ma diversi studi epidemiologici hanno trovato un'associazione tra consumo moderato di caffè e minor incidenza di depressione. Uno dei più citati, pubblicato su Archives of Internal Medicine, ha coinvolto oltre 50.000 donne seguite per dieci anni.

Sul piano fisico, la caffeina migliora la resistenza durante l'attività sportiva perché aumenta la mobilizzazione degli acidi grassi, permettendo ai muscoli di usare il grasso come carburante e risparmiare il glicogeno, cioè la riserva di zuccheri. Questo effetto si manifesta con circa 3 mg di caffeina per chilo di peso corporeo, che per una persona di 70 kg corrispondono a due espressi bevuti 30 o 40 minuti prima dello sforzo. Lo zucchero aggiunto al caffè in questo contesto è controproducente, perché stimola l'insulina e l'insulina blocca proprio la mobilizzazione dei grassi.

Quanto caffè e per chi non è indicato

L'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, l'EFSA, indica come soglia sicura per un adulto sano 400 mg di caffeina al giorno, che equivalgono a circa 4 o 5 espressi. Superare questa dose non aggiunge benefici e può provocare tachicardia, ansia, insonnia e disturbi gastrici.

Tipo di caffèCaffeina per tazzaTazze per 400 mg
Espresso (30 ml)80 mg5
Moka (50 ml)100 mg4
Filtro americano (240 ml)95 mg4

Chi soffre di reflusso gastroesofageo o gastrite dovrebbe fare attenzione, perché il caffè stimola la secrezione acida dello stomaco indipendentemente dallo zucchero. In gravidanza la soglia raccomandata scende a 200 mg al giorno. Le persone che metabolizzano la caffeina lentamente, una caratteristica genetica legata all'enzima CYP1A2, possono avvertire effetti negativi anche con dosi moderate: se dopo un caffè nel primo pomeriggio fai fatica ad addormentarti la sera, probabilmente rientri in questa categoria.

Abituarsi al gusto amaro

Togliere lo zucchero dal caffè è una questione di abitudine, non di forza di volontà. Il palato si adatta in circa due settimane. Un metodo che funziona è ridurre gradualmente: se metti un cucchiaino pieno, passa a mezzo per una settimana, poi a un quarto, poi elimina. Dopo il periodo di transizione, il caffè zuccherato ti sembrerà stucchevole, perché lo zucchero copre le note aromatiche del chicco invece di esaltarle.

La qualità del caffè conta molto. Un espresso fatto con miscele scadenti e tostature troppo scure risulta amaro in modo sgradevole, astringente. Un caffè di buona qualità, anche al bar, ha un amaro rotondo e un retrogusto che può essere cioccolatoso o fruttato. Se il caffè che bevi è cattivo, non è l'amaro il problema: è il caffè.

Quello che la ricerca racconta con una certa coerenza è che il caffè amaro, bevuto con regolarità e senza esagerare, si inserisce in un quadro di abitudini che proteggono il fegato, aiutano il metabolismo degli zuccheri e sostengono le funzioni cerebrali nel lungo periodo. Non è un farmaco e non va trattato come tale, ma è una delle poche abitudini quotidiane su cui i dati vanno quasi tutti nella stessa direzione.